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Sotto il cielo di Baghdad
un articolo del Capitano Roberto Baldessarelli del 3° COE di Verona









sabato 15 novembre 2003

Riceviamo dal Capitano Roberto Baldessarelli del 3° Coe di Verona, a capo della missione della Croce Rossa Italiana a Baghdad, un articolo sul 1° Turno dei nostri Volontari nell'Ospedale della capitale Irakena.
Rinnovando a tutti questi Volontari il nostro affetto e la nostra stima non possiamo fare a meno di notare, in questi giorni di grande dolore per la nostra Nazione, come altri italiani quali i nostri carabinieri e soldati siano morti per una stessa missione che aveva e continua ad avere un solo denominatore comune: la pace. E non siamo retorici.
Meglio di tante parole vuote e dette lontano da quei luoghi, quelle del Capitano ci aiutano a capire cosa vuol dire voler aiutare gli altri e amare la gente, anche con grandi sacrifici e pericoli. E senza alcuna distinzione: come noi della Croce Rossa ben sappiamo.
Imparzialità e Neutralità sono due dei nostri sette Principi Fondamentali e sono stati portati anche in Irak; ma le nostre donne e i nostri uomini sono sempre stati anche "Umili": è per questo che solo adesso il ricordo personale del Capitano viene pubblicato.
Per onorare chi non c'è più.




Donna irachena con figlio


Missione BAGHDAD 2003 - 1° Turno

Le prospettive di questa missione mi hanno appassionato sin dall'inizio.
La destinazione, seppur definita ancora pericolosa, ma soprattutto l'idea che forse per una prima volta si sarebbe potuto mettere in pratica quanto maturato con esperienze d'anni hanno animato ogni possibile sforzo per portare a termine nel migliore dei modi l'impresa.

La missione non è ancora finita e forse incominciare a svolgere una relazione senza essersi confrontati con altri potrebbe non essere la cosa più giusta perché le riflessioni, spesso, sono dettate più dall'emozione che dalla ragione.

Le premesse erano difficili.
Lo sforzo organizzativo, immane, ha coinvolto l'associazione ai vari livelli.

il viaggio

Da Roma, il 13 maggio 03 alle 15.30 con un aereo noleggiato appositamente, partiamo in cinquantaquattro persone e tantissimo materiale con destinazione la Giordania.
Dopo l'arrivo ad Aqaba, con un volo durato circa quattro ore, è iniziato il vero viaggio e la vera missione.
Al ritiro dei mezzi, giunti con la nave, nascono i primi piccoli problemi: un radiatore di un camion perde acqua, un mezzo non parte e altro tempo ci vuole per aggiungere filtri ai filtri dell'aria per non affaticare più del necessario i motori.
Il 14/5 ci si sveglia alle sei, ma la partenza da Aqaba avviene non prima delle 09.00 locali.
Il primo pezzo di viaggio affascina: lo spettacolo che la natura ci offre è talmente desueto che non sentiamo il caldo.
La strada ci porta su un altopiano a 1.600 metri di quota dove troviamo un filo di refrigerio. Là in alto la temperatura scende fino a 29 gradi.
Ci accompagnano dei mezzi di soccorso giordani con viveri e carburante. Più che mezzi di soccorso sembrano mezzi da soccorrere, ma filano sulla strada come i nostri ad una media di 40/50 km/h.
I 27 mezzi della colonna della Croce Rossa Italiana occupano la strada come un serpente che si allunga fino ad occuparla per una lunghezza di due chilometri e mezzo.

La colonna dell croce Rossa

Per arrivare a Baghdad attraversiamo tutta la Giordania da sud fino all'oasi di Al Azraq dove pernottiamo. Siamo a 250 km dal confine iracheno. Si riparte il primo pomeriggio del giorno successivo verso il confine, che passiamo prima della notte.
Al confine ci fermiamo a dormire (??) in attesa della scorta americana che ci porterà a Baghdad l'indomani.

Puntuali alle prime ore del mattino arrivano due Hammer degli americani che ci accompagnano sulle strade dell'Iraq.
Il caldo continua. La prima impressione che fa l'Iraq è veramente di un territorio ancora in guerra.
Al confine solo militari americani armati fino ai denti e nessuna traccia, almeno non ne ho visto, di doganieri iracheni.
Il viaggio si preannuncia lungo: dal confine a Baghdad ci sono 600 e più chilometri di strada in mezzo al deserto e non si può certo sperare in un autogrill.
Ogni tanto i segni della guerra si mostrano tangibili anche sulla strada. Buchi di granata fanno sobbalzare i mezzi ed ogni tanto occorre fare particolare attenzione a grossi buchi lasciati dai missili.

Buchi di missili

Più ci si avvicina alla capitale più i segni della guerra sono evidenti.

Il viaggio è faticoso, il caldo opprime e la monotonia del paesaggio non aiuta. Il paesaggio è sì uniforme, ma affascina.
Non essendoci punti di ristoro od attrezzati per le fermate occorre di tanto in tanto fermarsi per fare pipì e sgranchirsi le gambe e mangiare qualche cosa, ma soprattutto incominciamo a capire che l'acqua sarà per noi per i prossimi tempi fattore essenziale e predominante. Si beve tantissimo e si suda altrettanto. Ai maschietti riesce meglio, ma alle signore la natura non offre alcun riparo per le loro necessità ed allora, per un pò di privacy, occorre fare i "km" a piedi per allontanarsi da occhi indiscreti.

Una sosta dei Volontari

Dopo aver passato il fiume Eufrate finalmente verso sera si arriva alla periferia di Baghdad che ci accoglie con i suoi rumori, con i suoi odori ma soprattutto con la sua gente.
C'è tanta gente e sono i primi iracheni che vediamo.

Gente di Baghdad

La periferia ci pare immensa, non si arriva mai. La stanchezza di tre giorni di viaggio si fa sentire.
Da adesso si va avanti tra la folla ed in mezzo alle case ed occorre fare attenzione, molta attenzione.
Finalmente, sono le 19.30 ora di Baghdad (+2 rispetto a noi), si arriva all'aeroporto Saddam International dove abbiamo appuntamento con i nostri.
E' oramai buio. L'aeroporto è pieno di segni percepibili di forti combattimenti: ci sono aerei più o meno rotti e tanti, tanti militari americani.
Ci fermiamo a dormire in macchina nel "parcheggio" dei Black Hawks americani. Domani finalmente si arriverà al nostro Ospedale.
Baghdad ci accoglie la mattinata del 17 maggio con un frastuono di macchine, di gente e di odori, dai più nauseabondi a quelli di spezie orientali. L'inquinamento ambientale, se è possibile un livello 100, qui ci vede affrontarne uno di livello 250. Le macchine che non hanno ancora esalato un ultimo respiro danno segno della loro presenza con abbondanti fumate.

Si arriva all'Ospedale, che si trova al centro di Baghdad, dopo circa un'ora di viaggio dall'aeroporto Saddam International.
Finalmente dopo quattro giorni di viaggio, siamo partiti il 13, arriviamo in quella che sarà la nostra "casa" per un mese.
Troviamo i colleghi che ci hanno preceduto, dalla strada del Kuwait, e che hanno già messo in piedi un Posto Medico Avanzato che sta ormai lavorando da giorni. In totale, compresi i 30 carabinieri del Tuscania che ci proteggono, sono 100 gli italiani nel cuore di Baghdad.
Il lavoro inizia subito. Occorre approntare tutta la logistica per permetterci di dormire.

Si scaricano i camions Si scaricano i camions

Montiamo le tende, i bagni, ed incominciamo a definire quelle che saranno le nostre linee d'intervento future.
I colleghi che ci hanno preceduto sono di grosso aiuto in questo: hanno già impostato i rapporti con i locali, la ricerca di personale medico, la ricerca di traduttori e soprattutto la ricerca di fornitori che, in quest'ambiente, è fondamentale siano "giusti" in tutti i sensi.
I primi giorni sono duri. Veramente duri.
Il caldo, cosa che nella pianificazione avevamo sì preso in considerazione ma del quale avevamo solo il sentito dire, attanaglia ogni cosa.
Solo montare una tenda diventa cosa impossibile nelle ore centrali della giornata: la paleria è rovente, l'interno della tenda è un inferno.
Alla fine il campo è montato in tutte le sue parti: Ospedale, alloggi, servizi, gruppi tecnici.
Un bravo a tutti.


Le tende montate

L'intero campo di Baghdad

I problemi ci sono. La corrente spesso manca ed i nostri gruppi soffrono maledettamente il caldo e non riescono a garantire sempre la continuità di erogazione. Dobbiamo raffreddare i quadri altrimenti saltano.

Raffreddiamo i quadri

L'acqua c'è, ma non sempre.
Le nostre abitudini, purtroppo, ci portano ad un uso della stessa che agli occhi degli iracheni risulta spesso spropositato e così qualche volta rimaniamo a ... secco. L'esperienza poi ci aiuterà a risparmiare acqua.
Acqua che portiamo anche agli ospedali ed alle scuole che sono vicine al campo.
Con il Water Line produciamo, quando le scorte in cisterna lo consentono, 6/8 mila litri al giorno che portiamo direttamente a destinazione.

la missione

Il lavoro principale, quello per cui siamo venuti qui, è l'Ospedale.
Ci sono medici ed infermieri, ma non bastano.

Primo soccorso

Il lavoro è tanto e così a turno anche i non "specialisti" del sanitario si prodigano a far fronte a tutte quelle necessità per cui tanta gente aspetta paziente il proprio turno.
Non è solo la guerra a creare problemi agli iracheni: la miseria e l'ignoranza, ma soprattutto la mancanza di risorse, causano danni spesso irreparabili.
Per me è stata la prima volta, in tanti anni di professione, ad essere veramente in prima linea sanitaria. Il mio lavoro è stato sempre quello della "logistica" e le questioni sanitarie mi avevano sempre sfiorato. Questa volta ha veramente toccato, non senza effetto, il dolore in ogni forma e sfumatura.
Non eravamo preparati ad accogliere un numero così alto di ustionati.
Si pensava a percentuali europee ed invece a Baghdad ci siamo trovati ad affrontare, un caso dopo l'altro, centinaia di gravi situazioni di ustionati: bambini che vendendo benzina sulle strade rimanevano bruciati, donne che cucinando con la benzina si ustionavano al 90%, uomini che "giocando" con la polvere da sparo recuperata da proiettili ardevano come fiaccole.
I casi sono stati tanti, troppi e non tutti (vista la gravità) hanno avuto un esito positivo.

Ho visto la signora morte. Mi è passata accanto e si è portata via bambini, donne e uomini che ero venuto ad aiutare in Iraq.
Una ragazza (si chiamava Kafi) ha avuto la sventura, mentre cercava chissà cosa in una discarica, di urtare un qualcosa che è esplosa.
La sorella e la madre l'hanno portata da noi il 29 maggio 2003 alle 13.00.
Tutti hanno cercato di aiutarla, ma due giorni dopo è morta per la gravità delle ferite. Aveva solo quindici anni.

E ancora tante mamme con bambini che cercavano aiuto ...

Mamma con figlio

Iraq ha voluto dire anche conoscere posti nuovi, conoscere nuove tradizioni e soprattutto conoscere gente nuova, persone che hanno apprezzato quanto abbiamo fatto.

Ai primi di giugno è venuto un Iman a trovarci.
Era un vecchio.
L'ho accompagnato nell'Ospedale.
Era molto provato e addolorato nel vedere gli ammalati ed i feriti e piangeva. Baciandomi quattro volte prima di andare via mi ha detto:

"Questa mattina, prima di venire qui, ho parlato con Maometto e con Gesù e, visto che state aiutando i musulmani come fossero cristiani, mi hanno assicurato per voi qualsiasi cosa di cui avete bisogno. Di cosa avete bisogno ?"

Ho risposto: "di un pò di Pace."


Bambini iracheni


(le fotografie di questa pagina sono del Capitano Roberto Baldessarelli)

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